“Vogliamo raccontare i fatti per cambiare il sentire comune”

 
Intervista a Gabriele Del Grande sulla frontiera libica, i respingimenti e le vittime del Mediterraneo
 
di Francesco Bernabini
  
da Città Meticcia – giugno 2009
 
Creatore del più vasto archivio giornalistico sulle vittime delle migrazioni, Fortress Europe, Gabriele Del Grande è stato ospite del Festival delle Culture di Ravenna. Il 5 giugno, per un’ora, in un dialogo con Giuseppe Faso, ha fatto in pubblico il suo lavoro di giornalista. Ha raccontato fatti. Fatti come le oltre 14mila persone morte negli ultimi dieci anni nel tentativo di raggiungere l’Europa, come la vendita di esseri umani ai trafficanti da parte della polizia libica, come i pescatori arrestati per aver tratto in salvo dei “clandestini”, o i pescatori che lasciano affogare dei “clandestini” per paura di essere arrestati, o le inumane condizioni delle carceri libiche per migranti che lui stesso ha visitato, o le violenze subite da uomini e donne, sempre in Libia, a lui personalmente raccontate.

Abbiamo ricontattato Gabriele Del Grande l’11 giugno, in occasione delle visita di Gheddafi a Roma. Fortress Europe è infatti il promotore, insieme ad Asinitas onlus e agli autori del film Come un uomo sulla terra (proiettato a Ravenna, ai giardini Speyer, il 3 giugno), della campagna nazionale “Io non respingo” contro il trattato Italia-Libia che si è tenuta dal 10 al 20 giugno.

Perché una mobilitazione contro la visita di Gheddafi?
Siamo partiti dalla documentazione raccolta da noi ed altre organizzazioni su quanto succede a chi viene respinto in Libia una volta intercettato nel Canale di Sicilia: stupri, pestaggi, torture operati dalla polizia libica nei campi di detenzione per chi è senza documenti, in parte finanziati dall’Italia e dall’Unione Europea. Questo è ciò che si nasconde dietro al trattato Italia-Libia. E per questo abbiamo chiesto a più associazioni e persone possibili di manifestare il proprio dissenso, in tutta Italia, sotto un unico slogan: Io nonbanner-respinti respingo. La risposta è stata ottima, con oltre un centinaio di iniziative in tutto il paese. Un numero importante perché mette in evidenza l’esistenza di una rete, una rete che esiste da tempo ma di cui gli stessi nodi non erano consapevoli di esserne parte. La stessa rete che ci ha permesso di organizzare oltre 250 eventi in due anni tra proiezioni di Come un uomo sulla terra e presentazioni di libri (Del Grande è autore di Mamadou va a morire, ndr).

Quindi c’è un forte tessuto civile, capace di mobilitarsi, ma allo stesso tempo tanta “gente” va in un’altra direzione, non vuole gli immigrati ed è favorevole ai respingimenti…
La gente si lascia trasportare da un clima politico e da un razzismo istituzionale che pervade il senso comune e che trova legittimità nella disinformazione. Noi speriamo che il sentire comune inizi a cambiare di fronte ad un’analisi di realtà. Noi vogliamo raccontare alle persone semplicemente la realtà, con un linguaggio che parta dalle storie delle persone, dalle singole esperienze. Oggi il vero deficit è che continua a mancare un appoggio politico. Noi possiamo denunciare le cose più aberranti e continuare allo stesso tempo a non avere nessun tipo di appoggio politico, né a livello nazionale né a livello europeo. Nessuno che si schieri politicamente per far contare queste notizie a livello decisionale. Del resto lo stesso governo Prodi firmò l’appello con la Libia e il Pd rivendica la paternità dei respingimenti in mare.

Tra l’altro gli stessi dati del Ministero dell’Interno parlano chiaro: chi arriva per mare rappresenta solo una minima parte degli ingressi irregolari.
Nonostante le leggi sull’immigrazione e i controlli militari, di fatto le frontiere sono già aperte. L’Europa gioca sull’immaginario collettivo: da anni ci raccontano che siamo circondati da 4 miliardi di straccioni pronti ad invaderci e per questo dobbiamo sorvegliare le nostre frontiere. La realtà non è così. La realtà è fatta di tante individualità che cercano di emigrare per cercare lavoro, e di tante altre che fuggono da guerre e persecuzioni. Solo una minima parte di queste parte per l’Europa. E nella maggior parte dei casi chi vuol venire in Europa in un modo o nell’altro ci arriva. Chi ha più soldi si compra un visto per turismo, chi ne ha meno si affida ai trafficanti e arriva per mare. Del resto praticamente non esiste un modo regolare per venire a vivere qua. Una volta giunti in Europa si fa finta di niente. Non c’è modo per regolarizzarsi. Quindi non si può godere dei diritti e ci si può sottrarre ai doveri. Bisogna ragionare su un’apertura e una gestione razionale della mobilità delle persone. Chi giunge in Europa deve avere la possibilità di regolarizzarsi. Tutti ne trarrebbero vantaggio.

All’interno di questo quadro è evidente che l’informazione gioca un ruolo centrale nella costruzione dell’immaginario collettivo anche rispetto all’immigrazione. Quanto è difficile oggi fare informazione?
Oggi sarebbe facilissimo informare, soprattutto grazie alle tecnologie a basso costo. In realtà il primo problema è l’autocensura degli stessi giornalisti intesa come quel meccanismo per cui l’ignoranza viene riversata in un servizio giornalistico. Un nodo problematico è nelle redazioni, dove dovrebbe essere organizzato il lavoro giornalistico. Non viene dato il tempo di lavorare sulle cose. Bisogna produrre una certa quantità di notizie e così la qualità, l’inchiesta, l’approfondimento, la verifica dei dati saltano completamente. La maggior parte dei giornalisti lavorano distrattamente, in modo superficiale, frettoloso e così si perde completamente la notizia. Allo stesso tempo si commette l’errore di inseguire la politica. Si insegue l’agenda politica. Se alla Camera si discute del Pacchetto Sicurezza e si dice che l’immigrato è pericoloso le redazioni cercheranno notizie di immigrati che hanno in quel giorno commesso dei reati e sicuramente li troveranno. Perché si collega a ciò che ha dichiarato il politico. È un esercizio della dimostrazione dell’ovvio, la dimostrazione di quello che viene dichiarato preventivamente dal politico. Dovrebbe essere l’inverso. Il giornalismo che racconta la realtà e detta l’agenda e la politica che è chiamata a rispondere a ciò che viene denunciato sulla stampa.

Tornando ai respingimenti. Tu hai visitato tutti i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Esiste una differenza fra gli Stati che hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e quelli che non l’hanno ancora sottoscritta?
La Libia è l’unico Stato fra quelli che ho visitato che non aderisce alla Convenzione di Ginevra. Però ha firmato la Convenzione dell’Unione Africana sui rifugiati che dovrebbe essere ancora più impegnativa. La differenza in realtà la fanno i regimi. L’esistenza o meno dello Stato di Diritto. L’Egitto, per esempio, ha firmato la convenzione di Ginevra, ma da quando c’è Mubarak sono camion5sempre in stato di emergenza. Lì la legge la fa la polizia. I tribunali non contano nulla. Non esistono dei limiti se si tratta di arrestare qualcuno che è immigrato illegalmente, di mantenerlo in detenzione per mesi o anni, di sparare a vista lungo la frontiera. Tutto ciò avviene perché nessuno risponde delle proprie azioni. Ogni paese fa caso a sé. Anche paesi nell’Ue, come la Grecia o Cipro, hanno dei livelli molto bassi di rispetto dei diritti umani. E sono proprio quei paesi in cui terminano le rotte dei profughi afgani, iraqeni o curdi.

Quindi l’unico problema non è quello di avere o meno sottoscritto la Convenzione di Ginevra o di ospitare l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati…
Il discorso è più complesso. In Libia c’è l’Acnur che intervista molti profughi e che concede anche il riconoscimento dello status di asilo politico. Ma i documenti rilasciati dall’Acnur i poliziotti libici non li riconoscono. Nella maggior parte dei casi un rifugiato politico fermato in Libia viene incarcerato e poi espulso. Nei centri di detenzione amministrativa si può rimanere anche per due o tre anni. Dipende dai tempi di identificazione. Alla fine in Libia non fa quasi nessuna differenza essere riconosciuto rifugiato o meno. A Tripoli l’Acnur ha accesso ad alcuni campi di detenzione e riesce a fare un lavoro di riduzione del danno. Portano dentro medicine, vestiari, viveri. Questo però succede solo al nord. Al sud non ha accesso nessuno. Per arrivare ai centri di detenzione di Kufra ci vogliono due giorni di viaggio. Non è stato mai visitato da nessun organismo internazionale. Lì la gente muore in continuazione a causa delle violenze e delle condizioni sanitarie. L’Italia non può far finta di niente. Se ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra deve anche applicarla, perché è anche un obbligo dal punto di vista giuridico.

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