Nashy: «Senza radici si perde l’identità»

Intervista al giovane rapper ravennate figlio di immigrati angolani

di Monika Poznanska
tratto da Città Meticcia
ottobre 2009

Vivono tra due terre ma non appartengono a nessuna delle due. Sono italiani ma non del tutto, sono stranieri ma solo in parte. Sono giovani, giovanissimi figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia. Sono i ragazzi della seconda generazione che non accettano di essere chiamati “extracomunitari”, “immigrati”, “stranieri”. Condividono il percorso di crescita con i coetanei italiani, hanno gli stessi problemi adolescenziali, ma spesso devono anche subire atti di pregiudizio, ignoranza e razzismo. Vivono situazioni di disagio ed emarginazione a volte più dolorose dei propri genitori. Invece vorrebbero solamente essere accettati per quello che sono, senza dover fare finta, vorrebbero poter essere orgogliosi dellea propria diversità e crescere serenamente. Hanno diritto a una piena cittadinanza, ma soprattutto hanno diritto ad avere opportunità pari a quelle dei ragazzi italiani. Hanno bisogno di un futuro, hanno bisogno del riscatto sociale anche per ricambiare i sacrifici fatti dai propri genitori.
Antonio Di Stefano, in arte Nashy, “italiano di colore che dà colore all’italiano”, appena diciassettenne, emergente rapper ravennate di origine angolana, è una delle voci di questa generazione. “Il negro ha parlato” e le sue parole fanno “più male che le ferite”. Attraverso la spoken word tira fuori quello che ha dentro, parla di sè, racconta la vita sua e quella di altri ragazzi, non esita a riferire il suo dolore, le sue ansie. Emoziona, perché, dice: «Le emozioni sono come le persone, diventano importanti solo quando si incontrano».
Antonio, come è avvenuto il tuo incontro con il Rap?
«Mio fratello maggiore ascoltava questo genere musicale. Allora avevo otto anni e non capivo niente di quello che sentivo, ma dall’espressione della voce, dal modo aggressivo di “parlare” intuivo che doveva essere qualcosa di cattivo. E “cattivo” era proprio quello che mi si addiceva di più in quel periodo. Quello che mi esprimeva. Contemporaneamente ho iniziato a scrivere, per lo più inventavo le storie per avere qualcosa da raccontare quando ritornavo a scuola dopo le vacanze. I miei compagni avevano tante cose da dire, io invece niente, noi in vacanza non ci andavamo mai. Piano, piano ho iniziato a buttare giù anche i testi di canzoni rap. Mi sono accorto che a scuola non avevo problemi a mentire e a inventare storie, ma nel rap riuscivo ad esprimere solamente quello che provavo».
Nel pezzo “Non ti piaccio” parli del malessere di essere trattato da straniero e del bisogno di sentirsi accettato…
«Ho scritto quella canzone alcuni anni fa. Da allora sono cresciuto un po’ e ho capito alcune cose. Ma per molti versi il testo è ancora molto attuale per me. Ancora oggi in alcune situazioni mi sento escluso, ma quando ero piccolo ci soffrivo di più. Ricordo quando le prof a scuola mi chiedevano “Ti senti italiano, Antonio?”. Io rispondevo di no e loro cercavano di convincermi: “Sì invece, tu sei italiano, sei nato qua, vivi qua!” e paradossalmente quando io stesso iniziavo a credere nelle loro parole, immancabilmente mi facevano un’altra domanda: “Antonio, quando vai nel tuo paese?”. Ma allora, qual è il mio paese secondo loro?»
L’Angola è il paese dei tuoi genitori, ci se mai stato?
«Purtroppo non ne ho avuto la possibilità. Ma andare a trovare la mia famiglia in Angola è un obiettivo che mi sono posto e conto di farlo appena riuscirò a permettermelo. Vedere e conoscere l’Angola è un pezzo di me che manca. Mi sono imposto di imparare la lingua dei miei, ascolto le storie che mi racconta mio padre. Ma so che non basta. Credo che la vera vita sia là dove ci sono le proprie origini. Mi dispiace quando vedo i ragazzi nati in Italia rinnegare il paese di provenienza dei genitori. Vogliono essere solo italiani e questo è sbagliato».
Non sei del tutto italiano ma non sei nemmeno angolano, visto che siamo nell’era della globalizzazione ti piace la definizione “cittadino del mondo”?
«In verità sono straniero in tutti posti dove vado. Questa è la mia condizione».
Si può cambiare il mondo con la musica?
«Io ci spero. Ci ha già provato Bob Marley in passato, ci hanno provato in tanti ma c’è ancora molto da fare. Secondo me la musica deve avere un significato, portare un messaggio. Per esempio, c’è una canzone di un rapper francese che solleva il problema della discriminazione e del pregiudizio: dice di come spesso i neri si lamenti del razzismo dei bianchi, ma non riflettono su cosa succede quando portano un bianco a casa loro. I genitori non son affatto contenti e parlano della tradizione da rispettare. Tra tradizione e pregiudizio non sempre la differenza è così netta».
Vuoi dire che il cambiamento deve essere reciproco?
«Il fatto è che dobbiamo iniziare da noi stessi».
Ravenna è città d’arte, del mosaico, del Ravenna Festival, ma che cosa propone ai giovani?
«Niente. A Ravenna non c’è niente per i giovani. Non abbiamo un punto di riferimento. I ragazzi non sanno dove andare. Abbiamo bisogno di un posto dove conoscerci e capire che non siamo poi tanto diversi tra di noi anche quando abbiamo un diverso colore della pelle o una religione diversa. Se ci fosse un posto dove andare sarebbe veramente bellissimo».
Quale è il tuo rapporto con i coetanei italiani?
«Siamo ancora molto distanti. Forse dove andiamo noi (ragazzi “stranieri”) loro non vanno e dove vanno loro noi non andiamo. Ma la questione torna sempre alla mancanza di un posto di ritrovo per i giovani. Non esiste un posto dove possiamo incontrarci tutti…»
Ai concerti tuoi e del tuo gruppo partecipano però molti ragazzi italiani.
«Sono tutti ragazzi che hanno imparato a conoscerci. Solo di recente siamo riusciti ad avere contatti, è una cosa bella e spero che continui così…»
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Spero di crescere ancora molto e di trovare qualcuno che riesca a darmi un appoggio al livello musicale. Vorrei riuscire a vivere con quello che mi piace fare e vorrei trasmettere un messaggio a tutti i ragazzi come me, stranieri che sono cresciuti qua. Voglio far loro capire che noi un giorno prenderemo la cittadinanza italiana, a 18 anni diventeremo cittadini ma non dobbiamo perdere le nostre origini. Rifiutando le proprie radici si perde l’identità. Si diventa solo una maschera priva di contenuto».

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