«La cupola, simbolo di collaborazione»

Parla l’architetto Fabrizio Caròla, tra i pochi a utilizzare il compasso ligneo “africano”

di Monika Poznanska

da Città Meticcia n. 48 – giugno 2013

«Il mio modo di lavorare è basato sulla libertà, la libertà che mi do io stesso, la libertà che mi dà il committente, la libertà che mi danno le autorità per poter costruire. Ma la libertà è sempre condizionata dal rispetto che provo per l’ambiente e per le persone. Questo rapporto tra libertà e rispetto è importante per me, mi impedisce di fare danni e abusare della libertà».

È la filosofia di Fabrizio Caròla, architetto napoletano, da più di trent’anni impegnato in progetti di costruzione in Africa. A diciotto anni, il desiderio di evadere e di sperimentarsi, lo ha portato a Bruxelles dove ha completato la formazione, laureandosi alla Scuola superiore d’Architettura “La Cambre”. Dopo dieci anni trascorsi in Belgio ha deciso di ripartire: Marocco, Italia, Francia, Mauritania, per arrivare a Mali, il suo paese d’elezione. In Marocco ha partecipato alla ricostruzione post terremoto dell’ospedale di Agadir. In Mauritania ha realizzato il progetto più importante, il Kaedi Regional Hospital, per ilfabrizio-carola-africa-b quale, nel 1995, ha ricevuto l’Aga Khan Award for Architecture. In Mali ha scoperto e studiato l’architettura sub-sahariana. La sua è una vita piena e intensa e ora come afferma stesso architetto, sente il bisogno di restituire agli altri le sue scoperte e conoscenze. In occasione del Festival delle Culture di Ravenna grazie al progetto “Una Cupola per la Darsena”, tutti i cittadini possono partecipare ad attività esperimentali e formative e contribuire concretamente, mattone dopo mattone, alla costruzione di una casa cupola.

Partire per il continente africano all’inizio degli anni Settanta è stato per lei un caso o una scelta?

«È stato il desiderio di cambiare aria, di andare lontano dal grigio, dal freddo e dalla borghesia un po’ “pesante” che ho incontrato in Belgio. Per questo ho scelto l’Africa».

Le sue opere sono caratterizzate dall’utilizzo delle cupole, degli archi, guardandole si riconosce immediatamente la sua firma. Quanto la tradizione africana ha influenzato la sua espressione architettonica?

«È stata fondamentale! È stata una scoperta che ho fatto durante la progettazione dell’ospedale in Mauritania. Per prima cosa ho cercato di capire bene il contesto che mi circondava. La mia abitudine di fronte un progetto è quella di eliminare completamente la mia memoria riguardo l’architettura che conosco. Inizio da zero e mi concentro su tutti gli elementi che mi fornisce il luogo dove mi trovo per coglierli e utilizzarli. Questo modo di progettare mi permette di creare cose completamente nuove».

La sua ispirazione nasce quindi dall’osservazione attenta e incondizionata, dall’apertura totale verso la realtà e la tradizione del posto dove si trova?

«Esatto. Studio tutti i dati del luogo: il clima, le condizioni della vita, la storia, la qualità della manodopera, i materiali, i soldi a disposizione. E solo una volta che ho tutti questi dati comincio progettare. Senza nessun preconcetto».

Il materiale principale che lei utilizza è la terra…

«È proprio così. La terra è il materiale tradizionale africano, si trova dappertutto e costa poco, sotto forma di mattoni cotti diventa resistente all’acqua, quindi ideale per le costruzioni. Per me l’utilizzo del Fabrizio Carolacemento armato in Africa è ingiustificato. È un materiale d’importazione, molto caro e assolutamente non adatto al clima, nonostante ciò, molti africani si costruiscono le case in cemento perché è di moda, fa “europeo”, poi però dormono in giardino. Se non hanno un potente condizionatore, dentro quegli edifici non si respira dal caldo. Un altro materiale che ho smesso di utilizzare è il legno perché contribuisce alla desertificazione; uno dei grossi problemi dell’Africa».

Quale vantaggio porta la costruzione di cupole per abitazioni o edifici pubblici?

«Sono semplici, pratiche ed economiche. Funzionano benissimo anche nei progetti di autocostruzione. Per fare una casa come siamo abituati noi ci vogliono otto operazioni diverse con otto maestranze diverse. Per costruire la cupola, secondo il mio progetto, è sufficiente un operaio e un solo materiale: la terra».

Sembra una soluzione abitativa perfetta ma come è stata accettata dalle popolazioni africane?

«Solo negli ultimi anni hanno iniziato ad apprezzare questa architettura. Ma è normale, per comprendere una novità ci vuole tempo. Ancora molti africani sono propensi a considerare la casa fatta di cemento armato come la più prestigiosa per qualità e sicurezza. Inoltre molti architetti africani hanno studiato in Europa quindi, una volta tornati nel paese d’origine, tendono a riproporre i modelli appresi all’università».

Come è stato accolta questa architettura in Italia?

«La cupola a Ravenna è una delle prove che anche in Italia sto vincendo la mia battaglia. In più sono riuscito finalmente ad avere un’approvazione delle autorità per poter eseguire dei corsi formativi di costruzione delle cupole per le persone interessate, che partiranno ad agosto in provincia di Caserta. Noto crescente l’interesse da parte delle università, in particolare delle facoltà di architettura. D’altra parte non è un lavoro facile, mi rendo conto che per smontare un’abitudine ci vuole tanto tempo. Per penetrare negli animi ci vuole molta pazienza. Da secoli siamo abituati alle costruzioni con piani orizzontali, verticali e angoli retti e non è facile a cambiare. Ai tempi dei Romani l’utilizzo delle forme curve come archi e cupole era frequente, ma poi negli anni è stato quasi completamente dimenticato. Oggigiorno molti ingegneri non sanno neanche come calcolare una cupola».1832780

Lei invece, per costruire le cupole, utilizza uno strumento molto particolare: il compasso ligneo. Di che cosa si tratta?

«È un strumento in legno che ha origini nell’antica cultura edile nubiana. È stato riscoperto e valorizzato da Hassan Fathy, un architetto egiziano, e oggi sono uno dei pochissimi architetti nel mondo che lo conoscono e adoperano. Si usa nelle costruzioni delle cupole senza strutture di sostegno. In poche parole con solo un gesto del compasso si identifica l’inclinazione giusta del mattone e si costruisce il muro e il soffitto a forma di cupola».

Sembra che per lei la cupola abbia un significato che va oltre la sua funzione architettonica…

«Dopo aver costruito tante cupole ho scoperto che è una struttura che possiede un forte insegnamento sociale. La forza che ogni mattone è in grado di sostenere si espande su tutta la cupola. Ogni mattone trasmette il carico su quelli vicini. Nessuno è fondamentale, tutti sono indispensabili per far sì che la struttura sia stabile. È il principio di collaborazione opposto a quello della competizione. Ogni mattone collabora alla resistenza di tutta la struttura. È questo anche noi dovremmo adottare come il modo di vivere e come prototipo del nuovo sistema socio economico».

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