Dal metrò alla sala di incisione

Roberto Durkovic racconta la “favola” dei suoi musicisti tzigani

di Francesco Bernabini

da Città Meticcia n. 48 – giugno 2013

A chiudere la VII edizione del Festival delle Culture, domenica 9 giugno, saliranno sul palco dell’Almagià Roberto Durkovic e i Fantasiti del Metrò, con la loro “Favola Tzigana”. Con sette album all’attivo Roberto Durkovic ha messo in piedi uno dei rari progetti in cui musicisti italiani e rom hanno dato vita a un sodalizio artistico duraturo con un linguaggio originale in cui il cantautorato di scuola italiana attinge a piene mani da tutta la tradizione gitana e romanì. Una musica che viene dalla strada e che proprio dal vivo esprime tutta la sua potenzialità. Sono oltre 300 le date in giro per l’Italia per questa band, che nel 2009 ha anche vinto il Festival “La musica nelle aie”. Nel 2010 Durkovic ha vinto anche il Premio Suoni di Confine e la menzione speciale di Amnesty per l’album “Strade Aperte”.

Roberto, che spettacolo porterete al Festival delle Culture?

«Lo spettacolo che portiamo nasce da un lungo viaggio che è partito nel 1998, quando incontrai dei musicisti rom che suonavano nei vagoni della metropolitana di Milano. Rimasi folgorato. Per me fu come un deja-vù, mi portò indietro nel tempo, a quando da ragazzo ero andato alla ricerca di mio padre. Io vivevo in Italia con mia madre, lui a Bratislava, nella Cecoslovacchia comunista, da cui non poteva uscire. Lì non solo ho scoperto la bellezza dell’uomo che mi aveva messo al mondo, ma anche quella di un popolo estremamente colto. Amavano tantissimo la cultura italiana, la RobertoDurkovicletteratura, la pittura, la musica. Adoravano Verdi e facevano lunghe file per vedere le nostre Opere. Poi a Bratislava, e a Praga, dove stava mia nonna, sono stato io a innamorami della loro musica e in particolare nei ristoranti incontrai la musica dei rom, la musica tzigana, che non conoscevo, una musica strana, con i controtempo, molto teatrale, con quei visi sorridenti. E così sono diventato un abituè di quei concerti, ho cominciato a comprare dischi e a farmi una cultura di questa musica bellissima ».

E così con questo incontro in metropolitana hai rilanciato la tua passione…

«Sì. È iniziata un’avventura bellissima, una delle esperienze più belle della mia vita. Era un po’ che li inseguivo vagone per vagone, così un giorno li ho fermati e gli ho detto “anch’io sono un disgraziato come voi, potremmo fare qualcosa insieme”, così ci siamo conosciuti e gli ho dato il mio disco, che conteneva già sonorità dell’Europa dell’Est. Poi abbiamo cominciato a suonane insieme, fra un vagone e l’altro uscivamo all’aperto, ci mettevamo in un angolo e provavamo. Un mio amico giornalista un giorno scrisse un articolo su di noi, che venne letto dal capo della casa discografica Sar, con cui avevo inciso due dischi. Lui si disse interessato, ci chiese un demo e noi ci presentammo direttamente in studio, facemmo alcuni brani scritti da me con tutte le loro sonorità tzigane e da qui nacque il primo disco, Inciampo nel mare. Andò molto bene, stette in playlist della Rai per oltre due mesi».

 Che rapporto si è creato fra di voi?

«Un rapporto che va sicuramente al di là del legame artistico. Siamo diventati amici e sono diventato un loro punto di riferimento anche per tutta un’altra serie di problemi quotidiani. La loro vita all’inizio era molto difficile, venivano dalla Romania, non erano ancora cittadini dell’Unione, e non avevano i documenti. La polizia li fermava spesso ed è capitato più volte che gli abbiano sequestrato gli strumenti. Ma loro sono sempre andati avanti per la loro strada, non si sono mai persi d’animo, erano musicisti e pensavano sempre a suonare, a volte anche sette giorni su sette. A distanza di anni sono riusciti a farsi la loro vita, vivono di musica, hanno la loro casa, la loro macchina, la famiglia. E suonano, se non sono concerti sono feste di matrimonio, altrimenti suonano in strada».

E poi c’è il lavoro in studio…

«Certo, abbiamo appena finito di incidere il nostro quinto album insieme. Si chiama Accordiamoci e risente molto di accordiamociquesto periodo di grande crisi che stiamo vivendo. Affronto anche temi politici, cerco di comunicare alle persone l’importanza di partecipare come cittadini a migliore questa società, collaborando e aprendosi agli altri. È un lavoro con più collaborazioni, partecipano anche diversi giovani musicisti italiani e abbiamo messo insieme un disco ancora con più colori, perché ci spingiamo fino a sonorità come la bossanova o anche la musica irlandese».

Com’è possibile vivere di musica oggi?

«Noi ci riusciamo, ma è sempre più difficile. Non che fare il musicista sia mai stata una cosa facile. Ho sempre lavorato tantissimo, fin quando negli anni ottanta mi facevo la gavetta nei locali dei Navigli o a Brera. Oggi però si vendono sempre meno dischi e in generale girano molti meno soldi. Molti locali hanno chiuso e anche i Comuni hanno sempre meno da spendere per manifestazioni pubbliche. Conosco jazzisti straordinari che ormai suonano per 30, 40 euro a serata. Io sono un cantautore, però come gruppo abbiamo molte frecce al nostro arco. Siamo molto duttili e questo ci salva. Facciamo anche spettacoli da matrimoni, abbiamo un repertorio di oltre tre ore e non ci tiriamo indietro se c’è da suonare anche del tango, del flamenco o musica italiana».

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