Cronache da un Festival

L’edizione appena conclusa della manifestazione dedicata alla Ravenna cosmopolita

di Tahar Lamri*

tratto da Città Meticcia – luglio 2009

È difficile raccontare a parole un festival a festival concluso. Ci vorrebbero immagini speciali in grado di rendere giustizia alle emozioni, di far rivivere ogni momento perché ogni momento vissuto durante quei giorni di inizio giugno è stato un momento di intensa emozione nel senso più etimologico del termine: emotus, emovere, ossia trasportare fuori, smuovere, scuotere.

Il Festival delle Culture 2009 si è concluso nei giardini della basilica di San Vitale nella notte del 17 giugno (in un evento organizzato all’interno del Ravenna Festival), con il coro della Chiesa Evangelica pentecostale di Ravenna, El-Shaddai Deliverance Gospel, in dialogo diretto con i canti ortodossi della Chiesa russa provenienti dall’interno della basilica, in mezzo a millecinquecento candele accese e un pubblico rapito. Questo è stato uno di quei momenti di trasporto indicibili.

Lo spirito o il senso del Festival si trova in questi momenti ad alto tasso emotivo: le mamme di Lido Adriano che offrono il pranzo ai presenti alla Festa della Repubblica il 2 giugno, le intense ore della pausa pranzo sull’erba della ex-scuola di mosaico, dopo la mattinata passata in compagnia di Goffredo Fofi, Marco Martinelli e Mandiaye N’Diaye. Gli amici Cristina e Amedeo arrivati appositamente da Genova, meravigliati di trovarsi lì fra amici. Giulia Enrica D’Ambrosio da Campobasso che tentava di spiegare ai francesi dell’Orpheline est une épine dans le pied quant’è lontana Campobasso da Ravenna e che tesse a sua volta nuove amicizie scoprendo anche lei Ravenna attraverso gli immigrati.

Chi racconta un evento deve necessariamente selezionare perché non è possibile raccontare tutto. Come non partire però dall’appassionante tessitura organizzativa con le sue imperfezioni o le sue mancanze nel cercare di dare una collocazione a ognuna delle oltre ottanta associazioni, di comunità straniere ma non solo, impegnate nel mondo dell’intercultura. Sarebbe bello stilare anche un semplice elenco delle associazioni coinvolte, ma avremmo già finito lo spazio per quest’articolo.

Questa edizione del Festival si caratterizza con l’introduzione di alcune giornate di riflessione, di mostre artistiche, di coinvolgimento di istituti scolastici, di momenti di presentazione di libri e cinema all’aperto. Giovedì 4 giugno studiosi e artisti di fama mondiale si sono dati appuntamento a Casa Melandri per parlare di maschere, porte e frontiere, in collaborazione con l’associazione Verde Salute che, in occasione del Festival, ha donato alla città la scultura dell’artista olandese Cornelis Rijken, un monolite in marmo di Carrara intitolato La porta del pensiero, collocata sul molo di Marina di Ravenna. La stessa associazione ha inoltre curato la mostra di Maschere africane, affiancate dalle maschere scolpite dal promettente artista Alessandro Mengozzi, e la collocazione lungo la città delle porte etniche di Giampaolo Masotti. Ci ha pensato invece l’Accademia delle Belli Arti a proporre, nella Chiesa di Santa Maria delle Croci, un’altra mostra di livello: Oralités, una serie di lavori degli allievi dell’Accademia che hanno sviluppato, appunto, il tema dell’oralità. Le giornate di confronto e dibattito, sempre a Casa Melandri, hanno inoltre visto protagoniste l’associazione Terra Mia, per un confronto aperto sul tema della mediazione culturale, e Città Meticcia, tra gli organizzatori di una giornata dedicata ai temi della comunicazione e dell’intercultura.

Tanti sguardi nuovi quindi nel Festival di quest’anno, tante aperture, tante novità. Novità culminanti domenica 7 nella presentazione della graphic novel di Davide Reviati Morti di sonno, fra le danze nigeriane degli Afesan e degli Ika, non certamente come intervallo ma come momento centrale anche fra le immigrazioni di ieri in un quartiere di periferia, il Villaggio Anic, e le immigrazioni di oggi. Ovvero il confronto fra culture e fra i vari strati della cultura.

Molte novità sono passate ovviamente attraverso la ricca partecipazione dei giovani.

Il Festival infatti, il 5 giugno, ha voluto appositamente aprire il week end di festa con le nuove leve: prima con la banda cittadina, un vero mix intergenerazionale, che ha percorso le vie della città fino all’Almagià, poi con la premiazione del concorso “Diversa-mente” che ha coinvolto nei mesi precedenti varie scuole di Ravenna, infine con un concerto fiume dove Nashy, stella del rap ravennate, ha accolto i MicMeskin e il pluripremiato Inoki.

Siccome l’ospite d’onore di quest’anno è stata l’Albania, il Festival, sabato 6 giugno, ha visto sfilare artisti albanesi di importanza internazionale: bastano i nomi Lili Cingu, Rexhep Celiku, Mirush Kabashi per far fremere il cuore di qualsiasi albanese e qualsiasi altro appassionato di ballo o teatro. Ma è stata con noi anche Fatime Ymeri, giovanissima stella nascente della canzone albanese, che non si è accontentata della sera di sabato, ma ha animato tutte le sere il ristorante “Shtepia Shqiptare” (Casa Albania), allestito per l’occasione dall’imprenditore Arijon Abdyli, lo stesso che ha generosamente proposto e offerto questi artisti al Festival, e che ha avuto inoltre l’onore di accogliere gli straordinari venticinque musicisti degli Spartiti per Scutari Orkestra coordinati e diretti dal maestro Bardh Jakova.

Ma gli artisti di fama internazionale intervenuti a Ravenna non sono stati solo albanesi. Basti dire che il giorno di apertura, il 30 maggio, ai Giardini Pubblici, si è esibito Wes Madiko accompagnato dai J. Mako, artisti camerunensi che si sono offerti per una serata di beneficenza in favore dell’orfanotrofio di Doualà, in un progetto di cooperazione lanciato dall’Associazione Il Terzo Mondo e adottato dal Festival delle Culture . Altri artisti provenienti dall’estero sono stati quelli del progetto europeo “Oralities”: Uxu Kalhus dal Portogallo, il coro delle voci bulgare del Folklore Song and Dance Ensemble di Sliven (Bulgaria) e da Ourense (Spagna) l’Asociacion Ourensà del Folclore Tradicional.

Infine è stato consegnato il Premio Intercultura Città di Ravenna, istituito già dalla prima edizione del Festival L’Essenza della Presenza del 2005. Il sanpietrino incastonato in una base in legno mosaicato (grazie alla creatività dei ragazzi di CittA@ttiva) è stato consegnato al Cospe, per la preziosa attività che da anni ha sviluppato per promuovere la comunicazione interculturale. Premiati con un attestato di riconoscimento anche l’associazione Agimi, per il lavoro costante che da anni svolge tra l’Italia e l’Albania, e i sindacati Cgil, Cisl e Uil per l’impegno contro il razzismo e la promozione della campagna antirazzista “Non aver paura”.

Difficile fare un bilancio “pacato ed equilibrato” per una manifestazione che nasce, prima di tutto, dalla passione e dalla generosità di chi ci lavora. Possiamo forse dire che l’emozione è stato il tema dominante di questa ma anche delle altre edizioni. La città ha saputo cogliere questa emozione e si è stretta attorno al Festival, chi seguendo la banda cittadina in bici o a piedi, chi facendone per qualche sera un luogo di incontro con gli amici, chi passando una sera “a dare un’occhiata” o chi, come il signore che mi ha fermato domenica alle 16.30, là fuori dall’Almagià mentre cercava “il venditore di strumenti musicali che c’era l’anno scorso”. E poi chi ha portato i bambini per assistere agli spettacoli dell’Atelier delle Figure di Cervia, e poi finiti gli spettacoli li ha lasciati giocare e correre dentro e fuori l’Almagià con altri bambini i cui genitori vengono dall’Albania, dal Senegal, dalla Nigeria o dal Marocco. E chi è venuto semplicemente a prendere una birra con noi. Di certo sono state migliaia le persone che hanno incrociato la Ravenna delle culture all’Almagià. Una sera di giugno di quest’anno.

*direttore artistico del Festival delle Culture 2009

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *